Jan. 1st, 2026

 

Racconti di Natale


1

La ricetta della nonna


Soulmate au - non puoi mentire al tuo soulmate

Scritta per la Tombola delle Lande 16 

(prompt 18. dolcetti di pasta di mandorle)


Sua nonna, riposi in pace, era famosa per un sacco di cose. Per aver collezionato la bellezza di dodici proposte e quattro matrimoni, uno più chiacchierato dell’altro. Per le incredibili doti da veggente, in grado di predire il meteo meglio dell’aeronautica militare. Per il pollice verde e l’occhio per gli affari. Per quella volta che aveva fatto nascere il figlio dei vicini sull’autobus, imbottigliati nel traffico, in una galleria, durante la tormenta di neve più tosta dell’ultimo decennio. E ultimo, ma non per importanza, era famosa per la sua pasta di mandorle. 

Dolcetti, biscotti, decorazioni su torte, non importava cosa ci facesse, il gusto era unico e magnifico. 

Ollie li adorava in ogni momento dell’anno, ma specialmente a Natale, quando l’aiutava a dare forma agli omini, alle stelle, agli abeti. E ancora, ai gatti, alle astronavi e a Capitan Uncino. Ogni volta si inventavano figure nuove e più stravaganti delle precedenti. Il Natale prima della sua morte, avevano creato un intero zoo di animali-alieni-mutanti, con elefanguri, serperilla e cometosi, e lo avevano sistemato sul presepe insieme alle pecore.

La nonna gli aveva lasciato la ricetta della sua pasta di mandorle, a lui e solo a lui. “La via per il cuore di un uomo passa per lo stomaco” – ci vedeva lungo, la nonna. Chissà se si sarebbe mai immaginata in che modo il suo caro nipotino avrebbe usato tale conoscenza. O se l’avrebbe mai perdonato per aver profanato i suoi piccoli capolavori di pasta di mandorle.

Ollie offrì un dolcetto al ragazzo che aveva davanti, un intellettualoide con un debole davvero adorabile per i romanzi d’avventura. 

L’appuntamento mensile del club del libro era appena terminato, l’ultimo prima della pausa natalizia, e Ollie aveva cominciato a distribuire i suoi regalini fatti in casa a partire dagli iscritti più di recente, per la loro gioia. Una gioia breve, di solito, giusto il tempo che le papille gustative cominciassero a funzionare.

«Grazie,» il ragazzo gli sorrise, prima di ficcarsi tutto il biscotto in bocca. 

«Buon Natale,» gli rispose Ollie. Poi, quasi casuale, «È buono vero? È una ricetta di mia nonna.»

L’intellettuale avventuroso su carta non riuscì a frenare in tempo una smorfia di disgusto.

Bene, era il momento di spingere sul sentimentale.

«Li cucinavamo insieme… quando era in vita.»

Ollie vide un groppo formarglisi in gola, se a causa della rispostaccia rimangiata, l’orribile boccone o la compassione non avrebbe saputo dire. 

Ancora una spinta.

«Eravamo molto legati.»

Sembrava carino, questo ragazzo. Sofisticato, ma dolce. Lo avrebbe portato nei caffè del quartiere universitario, a leggere il libro del mese. Lui avrebbe ordinato un caffè serio quanto il suo cappotto, Ollie un thè bollente e speziato. Poi, al ritorno, sulla metro, lui gli avrebbe offerto l’ultimo posto a sedere e si sarebbe posizionato in piedi al suo fianco, a proteggerlo dai pendolari traballanti e dai loro zaini colmi di cultura.

Ollie rimase in silenzio ad aspettare il verdetto, mentre aspettative e futuri speranzosi gli scaldavano la pancia. Non aveva il coraggio di guardarlo negli occhi, non dopo aver cercato di avvelenarlo. Puntò gli occhi sul suo maglione a collo alto, di lana borgogna, che prometteva morbidezza sotto la guancia.

Sì, sembrava davvero carino, questo ragazzo. Promettente.

«I migliori biscotti che abbia mai assaggiato.»

Era una bugia, ovviamente - Ollie aveva cucinato quei dolcetti in modo che avessero il sapore più rivoltante possibile. 

Una bugia dolce, ma equivalente a uno spillo acuminato che fece scoppiare il palloncino di speranze nel suo petto. Si afflosciò su sé stesso.

Il ragazzo era carino, ma… non era il ragazzo carino. Il suo. Gli aveva mentito: il suo ragazzo carino non sarebbe stato in grado di farlo. E sì, avrebbe potuto apprezzare lo sforzo, frequentare questo ragazzo carino, perdersi nei suoi maglioni e nelle sue avventure per un po’, ma sarebbe stato solo ingannare il tempo nell’attesa di qualcos’altro.

Ollie era stanco di attendere. 

Ringraziò, non gli offrì un altro dolcetto per pietà e non ricambiò l’incredibile – nel senso di sinceramente eroico sforzo – sorriso. Salutò il ragazzo e riprese a girovagare per la stanza.

Vicino all’albero di Natale un po’ spelacchiato ma sovraccarico di addobbi che Simon, il promotore del club, aveva procurato con entusiasmo, questi e un nuovo affiliato parlottavano, agitando le proprie copie del libro letto questo mese. Sembravano molto presi. 

Ora, Simon aveva il grande pregio di sputare la nuda e cruda verità in faccia alla gente, a meno che non avesse un obbiettivo ben preciso, ma Ollie era abbastanza sicuro che non fosse il suo predestinato. Se lo fosse stato, quando lo aveva accalappiato per il suo club del libro non avrebbe mai potuto definire il sistema di scelta della lettura del mese “equo e democratico” davanti a lui.

Il suo interlocutore era un’incognita, invece.

Alto, con capelli castani cresciuti ben oltre il taglio originale e spalle abbastanza ampie da essere la terza cosa di lui che si noti. Vestiva abiti comodi ma aderenti, e tutti sullo spettro di sfumature del bianco; non sarebbe risultato difficile credergli se si fosse dichiarato sponsor di una qualche marca di candeggina. Unica nota di colore: una borsa di tela con l’immagine di una manciata di elfi comunisti alle prese con una rivoluzione sanguinosa nella fabbrica di Babbo Natale. Particolare, ma non scoraggiante, non ancora almeno.

Ollie si aprì la strada nella stanza brandendo la pirofila dei dolcetti come la paletta di un vigile. Appena fu a portata di presa, la spinse sotto il naso dei due colleghi lettori. 

«Buona Natale! Volete un dolcetto? Li ho fatti personalmente per i ragazzi del club.»

Sorrise a Simon e cercò di essere il più discreto possibile nel fare il cenno di diniego con la testa, mentre il ragazzo sconosciuto osservava la pasta di mandorle con un luccichio negli occhi.

«Wow, sembrano davvero deliziosi!» Disse proprio quest’ultimo, allungando già una mano. «Posso?»

«Ma certo!» 

Anche Simon, che evidentemente non aveva capito il messaggio, stava cercando di afferrarne uno e Ollie fu costretto a far virare il vassoio in una manovra potenzialmente disastrosa. 

«I nuovi arrivati hanno la precedenza.» Questa volta fu molto meno sottile nella sua occhiataccia. «Un piccolo regalo di benvenuto.»

«Grazie, è un pensiero carino,» disse il ragazzo sconosciuto. Si prese un momento per squadrare Ollie dalla testa ai piedi e, da come il sorriso gli si ampliò in faccia, fu chiaro che con quel “carino” non si riferiva solo ai biscotti.

Un leggero balsamo di piacere sui resti del suo ultimo insuccesso, e già Ollie sentiva il soffio della speranza gonfiare di nuovo il palloncino in petto. Anche il suo sorriso si fece più aperto. 

Quel primo dolcetto, a forma di spirale con un pezzo d’arancia sulla punta, che scompariva tra le labbra piene, era solo il primo di una serie di prelibatezze – vere, d’ora in avanti – che gli avrebbe cucinato. Gli avrebbe parlato della nonna e condiviso con lui la ricetta della pasta alle mandorle, un segreto solo loro. Avrebbero cucinato insieme zoo di animali-alieni-mutanti durante le feste e si sarebbero imboccati a vicenda sul divano, abbracciati sotto una coperta, mentre un film piacevolmente anticonformista andava in tv. Si sarebbero baciati quando la ragazza piena di spasimanti ma povera di prospettive tornava nella sua città natale e rincontrava il suo amico d’infanzia, ora socio di maggioranza di uno studio legale rinomato.

L’espressione d’apprezzamento del ragazzo carino si infranse sotto il colpo mortale del dolcetto al sale, succo di limone e mandorla che Ollie gli aveva propinato.

Bene.

«Mi ha insegnato a cucinare mia nonna, prima che venisse a mancare l’anno scorso.»

Uno strano miscuglio di emozioni passò sul suo viso. Un’ondata di dispiacere in una direzione, un’ondata di disgusto dall’altra, un mulinello di determinazione, ribrezzo, biasimo e indecisione che gli facevano tremolare la bocca e le rughette tra le sopracciglia scure.

«Cucinare questi dolcetti me la ricorda.»

Anche Ollie era preda di un maremoto. Senso di colpa per sua nonna e come stesse usando la sua memoria e profanando la sua ricetta. Orgoglio perché, in fondo, sapeva che avrebbe approvato e lo avrebbe incitato a continuare nella sua crociata. 

«Eravamo molto legati.»

“Avanti, dimmi che fanno schifo”, pregò Ollie, fra sé, “metti fine a questa farsa.” A questa attesa.

Chiedeva una sola bugia, piccolina, innocente. 

Poi si sarebbe scusato per il raggiro, per il tentato avvelenamento, per tutto. Sarebbe stato un fidanzato amabile, e devoto, e totalmente sincero, e avrebbe cucinato solo cose buone, e-

«Non male, forse un po’ troppo salati, ma è il pensiero che conta.»

“Dannazione”.

Un altro palloncino scoppiato.

Il viso del ragazzo si era spianato in una cauta neutralità, vuoto, un bassorilievo medievale indistinguibile dalle altre centinaia in altrettante centinaia di chiese. La nave “Un Ragazzo Carino mi Ha Offerto un Biscotto Delizioso” era colata a picco e il mare l’aveva inghiottita, placandosi del tutto.

«Stai scherzando? Sono disgustosi!»

Ollie sospirò. La situazione era abbastanza sconfortante anche senza il contributo di Simon.

«Già, mi dispiace dirtelo, amico, ma la cucina non è proprio la tua arte.»

I pensieri nella testa di Ollie smisero di frullare di colpo. Quella voce… era nuova. 

Alzò la testa, puntandola alla propria destra, dove Simon si era fatto da parte. E dove un altro partecipante del book club, un altro novizio, lo aveva raggiunto.

Entrambi reggevano in mano uno dei suoi disgustosi biscotti appena morso ed entrambi avevano il viso raggrinzito nell’espressione di chi non trova un cestino dove sputare il boccone. Le somiglianze si fermavano qui. Dove Simon era minuto, delicato nei lineamenti e ricercato nel modo di vestire - una figura da esteta d’altri tempi con l’animo di uno scaricatore di porto - questo ragazzo era un centimetro oltre la soglia del fastidio e riempiva la giacca da motociclista in maniera perfetta.

Ad essere onesti, non sarebbe stata la prima scelta di Ollie. Se ad esempio non lo avesse incontrato in una libreria, ma per strada a notte fonda, avrebbe abbassato lo sguardo e aumentato il passo, scansandosi dalla sua traiettoria. Ma era qui, ed era il candidato più promettente finora, quindi valeva la pena provare.

«Era la ricetta di mia nonna,» ripeté, per l’ennesima volta quella sera. Poi, poiché non stava esattamente facendo un buon lavoro e doveva spingere di più sul senso di colpa, «nonna morta» aggiunse.

La risposta del motociclista gli venne fuori con nonchalance, mentre osservava il biscotto con accademica curiosità. «Non era l’arte neanche di tua nonna, allora.»

Oh. Oh!

Lo spasimante in bianco emise un verso strozzato e guardò sorpreso il suo rimpiazzo. Persino Simon spalancò gli occhi per un momento, osservando il suo amico. 

Il petto di Ollie si riempì di un respiro improvviso, rapido e rumoroso. Sembrava che l’aria gli fosse salita anche alla testa, tanto avevano ripreso a vorticare i pensieri. Quella sì che era sfrontatezza! Era magnifico! Una vera possibilità, finalmente.

«Cioè, non-mi è uscita male, ma…» intanto farfugliava il diretto interessato, facendo scorrere lo sguardo imbarazzato tra il biscotto nella sua mano, un Simon muto ma simpatizzante e le scarpe di Ollie.

«Non tutte le nonne sanno cucinare da nonne,» gli venne in aiuto il ragazzo carino, davvero troppo gentile per tutti loro.

Davvero, ad Ollie non servivano scuse o gentilezze. Ad Ollie serviva la forza di non sorridere a trentadue denti mentre pronunciava le seguenti parole: «state dicendo che mia nonna, la mia cara nonnina morta da solo un anno, non era brava a cucinare? E che questi dolcetti che ho preparato per voi, sua ricetta esclusiva, non sono buoni?»

Era così difficile fare la voce contrita mentre, tra sè e sè, avrebbe solo voluto cominciare a saltellare intorno a quel motociclista.

«No!» Esclamò il ragazzo carino e gentile. 

«Sì!» Esclamò il suo ragazzo, carino? - sì, carino, con i ciuffi di capelli che cadevano in riccioli sulla fronte e le guance imporporate - e probabilmente altrettanto gentile, quando non era costretto a dire la verità.

Simon, che era chiaramente il più intelligente dei tre, non proferì parola.

Ollie si piazzò di fronte a lui

Il motociclista trovò il coraggio di guardarlo negli occhi. Le sopracciglia aggrottate, il viso serio di chi si aspetta di essere insultato e sa di meritarselo. 

Era davvero alto.

Ollie lasciò finalmente che le sue labbra si aprissero in un sorriso. Fu liberatorio. Si sentiva leggero e carico di elettricità, un fulmine che attraversava il cielo, luminoso e invincibile e «il tuo nome?» Chiese.

«Jason» sembrava perplesso, invece, cauto davanti alla sua felicità.

«Grazie per l’onestà, Jason.» Calcò particolarmente sulla parola “onestà”e tese una mano tra di loro. «Io sono Oliver,» disse, «vieni con me a prendere un caffè?»

Il primo spiraglio di cielo azzurro fece capolino tra le nubi di confusione negli occhi di Jason. Li aveva dello stesso colore dei laghi nell’entroterra. Si fece condurre a prendere il caffé senza una parola di protesta.

C’era una macchinetta del caffè fuori dalla sala che la libreria riservava per le presentazioni, i loro incontri o semplicemente come angolo tranquillo per leggere in pace. Non un distributore commerciale, ma una vera macchinetta a cialde. Simon riempiva il cestino vicino all’inizio di ogni incontro del club del libro con bicchieri, zucchero e bevande e i partecipanti erano incoraggiati a servirsene - anche perché le cialde venivano pagate con i loro soldi.

Nei venti secondi scarsi che impiegarono a raggiungere la macchinetta del caffè, Ollie aveva deciso che c’era del fascino nelle giacche di vecchia pelle ammorbidita, che girare in moto non poteva essere così tremendo e che nessuno che legge così tanto può essere una brutta compagnia. Appoggiò la teglia di biscotti su un angolo libero e scelse per sé una cialda al mocaccino.

Jason prese una bustina di Irish Breakfast Tea, una roba che Ollie aveva provato solo una volta e trovato forte tanto quanto il caffè, ma senza il suo aroma delizioso. 

E siccome era un po’ una canaglia, e con il té si prendono i biscotti, è risaputo, e sua nonna sarebbe stata così fiera, e ogni volta che Jason diceva la verità per lui il petto gli tuonava e lampava, chiese: «vuoi un altro dolcetto?»

«No,» la prevedibile risposta. 

Ollie impostò sulla macchinetta per prima cosa un semplice bicchiere d’acqua calda e il dito gli tremolò leggermente sul pulsante.

«Cosa ne pensi dei dolcetti di mia nonna?» Chiese ancora.

Jason prese il suo bicchiere prima che potesse passarglielo, ficcandoci dentro la bustina di tè con forse un po’ troppa enfasi. «Ti prego, smettila di farmi insultare la cucina di tua nonna.»

Quindi, forse, aveva capito.

Un pensiero nuovo, spiacevole, si fece spazio tra i compagni felici, una mosca su un piatto di frutta. E se Jason non fosse felice di quella conclusione? Se avesse trovato lo stratagemma dei dolcetti alla pasta di mandorle pietoso e di pessimo gusto? Se si fosse offeso? Magari lo considerava un povero disperato, prepotente e fastidioso. Magari era deluso.

Fu il turno di ordinare la sua, di bevanda, e stavolta ad Ollie tremò tutta la mano. Dovette premere il tasto due volte. Quando parlò, non riuscì a spostare lo sguardo dalla macchinetta del caffè.

«Se ti dicessi che ho alterato la ricetta originale di proposito e che quelli autentici sono davvero buoni, mi crederesti?»

«Crederei ad ogni tua parola, ovviamente.»

Aveva decisamente capito.

«… E se ti dicessi che mi piacerebbe prepararti dei dolcetti di pasta di mandorle davvero buoni, che vorrei-vorrei che tu, tu… a te andrebbe bene?»

Il mocaccino era pronto. Ad Ollie tremò di nuovo la mano intorno al bicchiere. Perché, perché, perché! La ricerca era conclusa! Avrebbe funzionato, in qualche modo, l’avrebbe fatta funzionare!

Un’altra mano arrivò a coprire la sua. Non servì davvero altro.

Il mocaccino gli scaldava il palmo, Jason il dorso e la mano gli smise di tremare. Quel calore confortante gli risalì il braccio, la spalla, si posò sul suo petto e sui suoi pensieri come una coperta di lana merinos.

Bastò ad Ollie per trovare il coraggio di guardarlo in faccia.

Jason sorrideva. Gli zigomi gli si alzavano in maniera adorabile, quando sorrideva. E, Dio, aveva le fossette.

«Solo se posso prepararli con te.»


 

Racconti di Natale


2

L’arte della corruzione


Scritta per la Tombola delle Lande 16 

(prompt 85. secret santa a lavoro)


Da quando Tyler era entrato in azienda, otto anni prima, ad occuparsi del secret santa era sempre stata Margot. Per quel che ne sapeva, era stata assunta per quello, tanto era entusiasta e propositiva nei suoi compiti. Lei fissava gli incontri e le scadenze, organizzava le cene, gestiva l’app, preparava il materiale cartaceo, rompeva opportunamente le scatole ad ogni dipendente di ogni reparto perché tutti fossero precisi, puntuali e prendessero seriamente la ricerca del regalo perfetto. Considerando che faceva parte delle risorse umane, e in particolare dell’ufficio personale - stipendi e licenziamenti - aveva buon terreno su cui fare leva.

Per gli stessi motivi, corromperla per truccare l’estrazione di quest’anno sarebbe stato difficile. Più difficile di una scissione per inadempimento societario? A Tyler piacevano le sfide.

Si presentò alla porta del suo ufficio due minuti prima del suo appuntamento e della fine della pausa pranzo. Era riuscito a farsi chiamare in giornata con una email tattica, dall’oggetto più lungo del testo dell’email stessa, che comprendeva le parole “difficoltà impreviste”, “privacy dei dipendenti” e “secret santa”. 

Come prima cosa, sbatté la confezione di praline sulla scrivania in vetro smerigliato. «Per il disturbo».

Margot aveva ancora una goccia di aceto della sua insalata all’angolo della bocca, altrimenti perfettamente rossettata. La fece sparire quando si passò velocemente la lingua sulle labbra.

La seconda cosa a sbattere sulla scrivania fu il rapporto qualitativo di fine anno di Tyler, in cima a quelli di tutto il suo ufficio - per cui si era guadagnato un odio incalcolabile. Consegnati con un mese di anticipo, quando alle risorse umane normalmente arrivavano tre giorni prima della scadenza. Da ventuno diversi uffici.

Quello fece alzare le sopracciglia di Margot visibilmente. E la spiegazione «Come apprezzamento per ciò che fate per noi.» le fece sollevare ancora di più, un esercizio ginnico davvero impressionante.

Lei non proferì parola. Il luccichio curioso negli occhi suggeriva a Tyler che non l’avrebbe fatto, non prima di vedergli giocare tutte le sue carte. Solo alla fine avrebbe deciso se condannarlo o meno.

Tyler gonfiò il petto e abbassò forzatamente le spalle. Si dipinse in faccia l’espressione sono-tranquillo-perché-ho-ragione e faccio-quello-che-faccio-perché-è-quello-che-va-fatto che usava con gli assessori più prepotenti e con sua madre. Tirò fuori le sue carte vincenti: due biglietti premium deluxe per il concerto di Saint Mesa - campo, prime file, backstage, gadget omaggio da far autografare, foto con la band.

Esauriti trenta minuti prima dell’apertura delle prevendite.

Introvabili, a quattro settimane dal concerto.

Per averli, Tyler aveva dovuto riscuotere ogni debito degli ultimi dieci anni e indebitarsi a sua volta.

Le sopracciglia di Margot, a quel punto, fecero una cosa strana, a metà tra un tic nervoso e un can-can. Dita smaltate di verde brillante scattarono su quei due pezzetti di carta con velocità felina. 

Tyler combattè contro quella presa artigliata per non perdere nemmeno un millimetro di terreno vetrato e specificò «perché siamo amici e ci aiutiamo l’un l’altro,» a metter in chiaro le cose.

Margot si immobilizzò nella sua presa ferrea. Poi, con il tono più professionale e perentorio che le avesse mai sentito utilizzare, disse: «le ferie sono state già stabilite, non si faranno cambi».

«Non sono qui per le ferie,» Tyler mise le mani avanti, «ma per il secret santa.»

Un lungo momento di silenzio.

«Non è possibile tirarsi indietro o-»

«Non voglio tirarmi indietro, Margot, voglio solo…» Come metterla nel modo più compiacente a quella fanatica dello spirito natalizio? «… Che mi aiuti a rendere questo natale davvero speciale.»

Gli rimaneva un ultimo porta-documenti in mano. Lo aprì e ne sparse il contenuto sopra la scrivania, così che la collega potesse vedere. 

«Mi piacerebbe molto poter fare un regalo a Mike Zayde, della contabilità. E sarebbe altrettanto fantastico se lui potesse farlo a me. Una bella coincidenza, vero? Essere il secret santa l’uno dell’altro. Si potrebbe quasi pensare a un segno.» Tyler picchiettò con due dita sui due cartoncini che aveva tirato fuori.

Erano entrambi divisi in una cinquantina di celle identiche, ognuna decorata con cornici natalizie e con un nome al centro. Lo stesso nome, in ogni biglietto del cartoncino. Un altro nome per tutto il secondo cartoncino. Sicuramente Margot aveva riconosciuto subito il template che usava ogni anno per l’estrazione.

«Quindi, che ne pensi di sostituire i biglietti nel sacchetto, quando farai pescare noi?» Allargò le mani in un gesto placatore, «tutto qui. Nessun danno, nessun disturbo. Il gioco procede come sempre per tutti gli altri. Tu ci guadagni Saint Mesa, io un appuntamento. Vinciamo tutti. Andata?»


 

Racconti di Natale


3

Il primo nipote


Scritta per la Tombola delle Lande 16 

(prompt 39. shopping dell’ultimo minuto)


“Adottare è difficile”, dicevano.

“È un cammino lungo e difficoltoso”, dicevano.

“Possono, anzi ci saranno, ostacoli e imprevisti”, dicevano.

“Ci vorranno anni”, dicevano.

E sì, magari per la maggior parte era così. E Thomas non si stava certo lamentando di Danny, ci mancherebbe, quel pulcino arruffato con le guance paffute, dolce angelo, il suo primo nipotino.

Solo che, per l’amor del cielo, Elliot glielo aveva detto solo un’ora prima, e a lui gli assistenti sociali lo avevano detto solo due ore prima, ed era la vigilia di Natale, e la mattina successiva avrebbero passato il primo Natale con Danny. Senza regali. Perché tutto si aspettavano, tranne che ricevere quella notizia.

«È un’emergenza! Fate passare! Per piacere, signorina, la porta!»

Thomas cercò di scansare l’ennesimo passante e salire i gradini ghiacciati all’ingresso del negozio di giocattoli senza perdere l’equilibrio.

Erano le sei e un quarto di sera. Mancava meno di un’ora alla chiusura. Una fiumana di clienti soddisfatti e di fretta gli remava contro. La signorina che sperava gli reggesse la porta aperta, se la lasciò chiudere alle spalle senza una seconda occhiata. 

Al diavolo, non sarebbe bastato quello a fermarlo! Lui non era un nonno che si arrendeva. 

Entrò come se il negozio avesse dovuto espugnarlo.

Di commessi a cui chiedere aiuto, neanche l’ombra. Di mettersi a scegliere il regalo più adeguato, non c’era tempo.

Thomas afferrò un carrello e prese ad usarlo come ariete, mentre navigava i corridoi al passo più sostenuto che le sue anche gli permettessero. Nei venti minuti successivi, lo riempì di tutto ciò che riuscì ad afferrare. Le sue priorità erano: il più grande, il più morbido, il più colorato, il più luminoso. Rubò un unicorno peluche dalle mani di una madre. Si gettò su un set lego di un razzo spaziale. Quasi travolse un barboncino mentre sfilava dal cestino della sua padrona un kit del piccolo chimico.

Doversi fermare per la fila alle casse fu quasi traumatico. Non capiva se gli stesse per venire un attacco di cuore o era solo terrorizzato che lo cacciassero prima di poter pagare. Quando venne il suo turno - cinque minuti alla chiusura - il commesso sfibrato non lo guardò neanche, si limitò a passare i troppi regali sul lettore del codice a barre.

«Sono nonno,» gli sfuggì, mentre per la prima volta passava davvero in rassegna i giocattoli che stava acquistando.

Il ragazzo non diede segno di averlo sentito.

«Sono nonno,» sussurrò ancora. Nonno Thomas. Suonava così bene. «Sono nonno.»

«Sono 289 euro, vuole delle buste?»

«Sono nonno.»

Il commesso lo guardò con un luccichio di vita negli occhi. Non era un luccichio rassicurante, in realtà. 

«Signore, sono 289 euro,» ripeté, scandendo bene le parole e alzando la voce, «vuole delle buste?»

Thomas gli sorrise. «Sì, grazie molte,» e gli passò la carta di credito.

Imbustò tutto, salutò - senza ricevere risposta - e trascinò faticosamente i suoi acquisti fino alla strada, con le saracinesche del negozio che si chiudevano dietro di lui.

Ancora sorrideva.


 

Racconti di Natale


4

Ailo


Appartenente alla serie “Le Rive”

Scritta per la Tombola delle Lande 16 

(prompt 29. arance (odore))


Il parco di Villa Aurelia comprende uno splendido aranceto, nella parte nord, vecchio quanto Ailo. Suo madre ha piantato personalmente i primi arbusti, quando ha scoperto di essere incinta di lui. Li ha guardati entrambi crescere con orgoglio, finché ha potuto.

Ogni estate, l’aranceto scoppia di vita e di frutti e le cucine si adoperano per onorare i gusti di sua madre, con dolci, spremute e confetture arancioni, per la gioia di Ailo. Gli basta respirare l’aria pregna di quell’odore frizzante, per essere di buon umore. 

Il profumo di arance gli pizzica la gola, gli fa venire l'acquolina in bocca e gli ricorda dita aggraziate tra i capelli, pomeriggi passati all’ombra di alberi rigogliosi, riposi tranquilli. Le estati più belle della sua vita.

La Villa, il titolo, il patrimonio sono la sua eredità, ma l’aranceto è il suo tesoro. 


 

Racconti di Natale


5

Koa


Appartenente alla serie “Le Rive”

Scritta per la Tombola delle Lande 16 

(prompt 22. aghi di pino (odore))


Nelle Rive Orientali, è di moda per i ricchi signori possedere un grande palazzo nelle città sulla costa, o castelli maestosi sulle scogliere, ma non si è davvero nobili senza una tenuta storica nell’entroterra. Imponente e nello stile semplice degli antenati, inamovibile contro l’ostile natura. Un’isola di dura pietra sperduta nelle vaste foreste. 

Rakko-Vara è la più antica e la più maestosa, ma anche la più lontana dalla costa, in alto sulle montagne. 

Suo padre se ne vanta, ma se potesse ne starebbe ben lontano. Koa se ne vanta e, se potesse, non la lascerebbe mai. 

Quando cammina tra i pini della sua Tenuta, della sua Foresta, trova una pace che non crede possibile. L’odore pungente è ovunque intorno e dentro di lui, lo purifica e lo calma. C’è solo quello, e gli aghi che scricchiolano sotto gli scarponi, la luce soffusa che a malapena passa tra le chiome, il freddo che gratta la pelle. È semplice. Tutto inizia e finisce lì. È così che dovrebbe essere la vita.


 

Racconti di Natale


6

Nawel


Appartenente alla serie “Le Rive”

Scritta per la Tombola delle Lande 16 

(prompt 21. aria ghiacciata (odore))


L’aria ghiacciata non ha odore. Il freddo in sé non ha particelle odorose e l’aria, o il ghiaccio, hanno una composizione diversa a seconda di molti fattori, a partire da dove ci si trovi. Non esiste un odore di aria ghiacciata. È solo una sensazione.

È scientifico.

Lo dicono i manuali e lo dicono i precettori e lo dicono gli alchimisti - per i quali, se una cosa non la possono ricreare loro, allora semplicemente non esiste.

Nawel si beffa di loro nella sua mente.

Cosa ne sanno i manuali, e i precettori, e gli alchimisti, dell’aria ghiacciata delle Rive Settentrionali? Non quella della costa, dove la neve è soffice e il ghiaccio sporco. Quella del nord. Quella del deserto di ghiaccio. 

Lì l’aria ha un odore così particolare. Di non-vita. Di immobilità. Di eternità. Non è un odore che ti dimentichi, quando sei in punto di morte. Non è neanche un qualcosa che si può imbottigliare, per studiarlo dentro un laboratorio. È un odore che ti rimane incastrato nel naso, ti satura i polmoni e ti fa capire di essere sbagliato: una piccola cosa calda, venuta a sporcare l’infinito Nord.


 

Racconti di Natale


7

Per Sebastian


Appartenente alla serie “GrifonVerde”

Scritta per la Tombola delle Lande 16 

(prompt 08. due personaggi)


«Tu sai suonare?» 

Léon lo guardò con un’espressione offesa.

Ok, sì, forse Sebastian aveva lasciato colare un po’ troppo scetticismo nel tono di voce. In sua difesa, era stato colto di sorpresa: in cinque anni di onorata e sofferta conoscenza, non aveva mai visto Léon esercitarsi, o leggere uno spartito, o anche solo commentare della musica con l’aria di chi ne capisca qualcosa. 

Ora, invece, scopriva un violino nella camera del suo ragazzo. 

Lo colse una smania nuova. «Suonami qualcosa»

Léon non si era fatto pregare. Sebastian sospettava che volesse mostrargli le sue capacità, a caccia della sua ammirazione, tanto quanto lui volesse ascoltarlo.

«Cosa vuoi sentire?»

«Non saprei,» ci pensò un momento, «qualcosa di Aloysius Hallow forse? O Madama Crowley?»

Léon non conosceva quei compositori.

«Che ne pensi invece di Beethoven? Cajkovskij? Vivaldi?»

Sebastian non aveva mai sentito nominare nessuno di loro.

«Suona quello che ti viene meglio»

Léon prese in mano violino e archetto e si posizionò davanti a Sebastian, senza spartito. 

Un’anticipazione euforica strinse lo stomaco di Sebastian, finché le corde non cominciarono a vibrare le une sulle altre. A quel punto, le proverbiali farfalle si suicidarono nel tempo di dieci note.

La musica di Léon era terribile. Singhiozzante, senza alcuna armonia e fuori tempo. Affondi di archetto troppo brevi o troppo profondi, agli angoli più sbagliati. Feriva le orecchie e faceva prudere le mani dalla voglia di spezzare in due lo strumento.

Sebastian gli permise di finire il brano come dimostrazione d’amore, per poi fargli promettere di non emettere più una nota in sua presenza.


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