Settimana: 2
Missione: M3
Prompt: 06. Il rapporto tra un personaggio protagonista ed "eroe" della storia e il suo fedele "compagno"
Fandom: Originale
Rating: G
Warning: /
Note: /
Missione: M3
Prompt: 06. Il rapporto tra un personaggio protagonista ed "eroe" della storia e il suo fedele "compagno"
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Suo padre gli aveva detto che un vero cavaliere, per essere tale, aveva bisogno di tre cose: una buona spada, un buon cavallo e un buono scudiero.
“Le tue dita riconosceranno l’elsa giusta” aveva detto, e in effetti era stato così. Il fabbro gli aveva costruito una spada su misura, a una mano e mezza, doppio filo. Gli era bastato impugnarla una volta per capire che era sua, perfetta. Quella spada non gli sarebbe mai caduta di mano.
“Un cavallo non è una barca, né una portantina. Se lo cavalchi, prima di tutto è perché lui te lo permette. Devi farti accettare” aveva detto. Tuono non si era fatto montare prima di un mese e un centinaio di mele. Aveva voluto fare di testa sua per le prime venti giostre. Non gliel’aveva data vinta neanche nelle passeggiate. Ma alla fine era stato suo, e da quel momento erano stati inseparabili.
“Il tuo scudiero è la tua ombra, da plasmare a tua immagine e somiglianza. La materia grezza deve essere la stessa. Quando lo vedrai, lo riconoscerai” aveva detto. Solo che, in questo caso, nessuno gli aveva porto un’arma già finita, né uno splendido animale di razza.
Alland aveva forse per la prima volta dubitato delle parole di suo padre. I ragazzini del castello, i figli dei famigli e persino dei mercanti con cui era cresciuto non gli sembravano “della sua stessa materia grezza”. Sarebbero cresciuti e diventati castellani, famigli e mercanti a loro volta, non cavalieri. Peccato che anche i figli degli altri cavalieri non gli sembrassero adatti.
Si era autoinvitato come ospite a cena nelle case di tutti i soldati sposati di suo padre. Le loro mogli spingevano i propri pargoli tra le sue braccia, ma lui non sapeva che farsene. Poi toccò a tutti i braccianti non più celibi della tenuta. Quando propose di farsi un giro delle catapecchie dei servi, sua madre decise di intervenire.
“Non pensi di pretendere un po’ troppo da loro?”
Non aveva sinceramente capito, all’epoca. “Pretendo solo quello che pretendo da me stesso.”
Sua madre aveva sospirato e maledetto suo padre dietro il ventaglio. L’aveva sentita lo stesso.
“Scendi nella piazza d’armi e guardati intorno. Guarda solo, non infastidire nessuno. E, per l’amor del cielo, lascia stare la servitù, penano già abbastanza senza che diventino di tua esclusiva proprietà.”
Alland fece come sua madre gli aveva detto, principalmente perché procedere secondo i suoi suggerimenti e vincere era meno umiliante di procedere contro i suoi suggerimenti e tornare poi con la coda tra le gambe.
Nella piazza, erano tutti impegnati a battagliare o a commentare chi battagliava. Il grado di sudore e stanchezza era inversamente proporzionale al grado di nobiltà. Alland, suo malgrado, si unì alle schiere di chi commentava. Si allontanò subito dopo, mal sopportando le fanfaronate di alcuni signori imbellettati.
Fece il giro del campo, tenendosi bene alla larga dall’area di tiro degli arcieri e si fermò all’ombra di un grosso tronco scortecciato, usato come palo delle esercitazioni o poggia-armature a seconda della giornata. Si concentrò sul duello che aveva davanti. Entrambi gli sfidanti erano più grandi di lui, troppo per chiedergli di fargli da scudiero senza risultare irrispettoso, ma lo scontro sembrava interessante.
“Carica con troppo slancio. Se l’avversario riesce a schivare, un colpo alle spalle ed è finita.” L’abitudine di elencare i punti deboli degli avversari, uno degli esercizi preferiti del suo maestro di spada, prese il sopravvento senza quasi che se ne accorgesse. “Quando vuole fare una finta, ci pensa troppo e fa due passi a sinistra. Continua a muovere il braccio che regge lo scudo; fa capire all’avversario che è indolenzito. più strizza gli occhi per liberarsi del sudore, più è alto il rischio che non veda il colpo che lo metterà al tappeto.”
“Hai finito di portare iella, sputasentenze?”
Alland sgranò gli occhi e sollevò lo sguardo. Dalla linea dove il tronco era stato tagliato di netto, una testa riccioluta sporgeva e oscurava il sole. Altri due occhi lo osservavano a sua volta e Alland potè vederli ingigantirsi.
“Siete il figlio del padrone?” Chiese con vocina sottile il ragazzo e fu davvero strabiliante, considerando con quanta stizza aveva parlato prima.
Ad Alland non rimase che annuire.
“Perdono!” Il ragazzo sembrò volersi gettare giù dal trono e ai suoi piedi. Poi ci ripensò e si aggrappò al legno con le mani. Ripeté “Perdono!” e “Non sapevo che eravate voi!” e ancora “Perdono!” e scomparve.
Alland era troppo stordito per muoversi con la prontezza di cui si vantava tanto il suo maestro. Si alzò lentamente e altrettanto lentamente fece il giro del tronco. Dato che nessuno era in vista, saltò e afferrò il bordo del legno. Una scudisciata alle dita gli fece perdere la presa e gridare di dolore.
“Oh Miseria! Non volevo- non mi sono reso conto- ho agito d’istinto! Perdono!”
Mentre Alland soffriva a terra, massaggiandosi la parte offesa, lo sconosciuto soffriva in aria. Questa volta, con una certa dose di coraggio e rassegnazione, fu lui a raggiungerlo: scivolò giù dal tronco e si prostrò come un penitente.
“Vi giuro, non volevo farvi male.” Farfugliò ancora.
Alland si premurò di trattenere la rabbia. “Non me ne avete fatto. Credimi, tra i due sono io quello che dovrebbe dirlo.”
Il ragazzo osò sollevare lo sguardo a quel tono conciliatore. Nel salire, i suoi occhi si posarono sulle dita del giovane nobile e un sopracciglio scattò verso l’alto. Alland lo vide prendere tutto il proprio orgoglio, scetticismo e la battuta che sicuramente gli pizzicava la punta della lingua e sopprimerli con forza sotto la suola della scarpe. Riabbassò la testa.
La rabbia che lo attraversava divenne divertimento.
Gli posò una mano dolente sulla spalla per farlo alzare. “Come ti chiami?”
“Mero.”
Istinto, dunque? “Mero, il mio istinto mi dice che ti ho incontrato per una ragione.”
Di nuovo un sopracciglio sfuggito al controllo, una risposta trattenuta a malapena. Mero gli piaceva sempre di più.
“Seguimi. Devo presentarti a mio padre.”
Mero sbiancò. “Perdono…”
“Avrai modo di farti perdonare nei prossimi giorni.” Poi, dato che non sembrava per niente averlo rassicurato, aggiunse “Credo che tu e io siamo fatti della stessa materia. Piacerai sicuramente a mio padre. ”