COWT13

Feb. 22nd, 2023 03:12 pm
[personal profile] nemi23
Settimana: 1
Missione:
 M2
Prompt: 
18. Siamo i soli svegli in tutto l'universo (Marco Mengoni – Due vite)
Fandom: Originale
Rating: T
Warning: /
Note: /

I cuori inquieti non dormono

La notte scende rapidamente sull’Oltremondo. La tiepida luce del giorno non è molto congeniale ai suoi abitanti, non come le ombre che nascondono mondi e intrighi. C’è qualcosa di rassicurante nel mistero, una certa speranza che non appartiene alla verità, limpida e spietata.
La notte scende rapidamente ma non resta immutata fino al mattino. C’è la sera, quando le strade si riempiono di tante luminarie da fare concorrenza alle stelle in cielo e la gente brulica per le strade come formiche operose. E c’è la vera notte, il buio più intenso, prima dell’alba. I commerci si interrompono, le feste si concludono e la quiete si impossessa della città. Perché le ombre che si muovono in quelle ore sono molto più profonde e oscure, e nessuno dovrebbe sondarle.
Il Gatto Nero sa di essere uno dei pochi a potersi permettere di tenere gli occhi aperti fino al nuovo giorno. A volte lo fa per il solo autocompiacimento, a volte per motivi un po’ più leciti - per quanto possano essere leciti gli intenti criminali.
Quella notte deve assicurarsi che nessun Incubo entri in casa. Dubita già abbastanza della sanità mentale di metà dei suoi ospiti, gestirli alle prese con le allucinazioni della Zizzania? Non è sicuro che non finirebbe per ucciderne qualcuno. Fatto che, suo malgrado, è necessario evitare.
Per cui vigila, appollaiato sul comignolo del camino spento, ombra tra le ombre che giocano a chi pare la più minacciosa.
Si sforza di non far vagare lo sguardo più in là delle strade che circondano la casa, poiché non lo riguarda ciò che capita agli sciagurati che bazzicano i vicoli prima dell’alba. Le luci della Giostra Insanguinata vacillano ogni tanto ai margini del suo campo visivo, l’Albero degli Impiccati si riempie di foglie man a mano che i minuti passano. Non li guarda. La sua attenzione è per i vicoli scuri e gli insetti ancor più scuri che strisciano fin quasi al marciapiede. 
Si muove appena, sgranchisce le spalle. Gli insetti scivolano via.
Poi, una sfumatura di colore. Sul graticcio di glicine rinsecchito che copre parte del muro a nord della casa, e si muove anche. Sbiadita, male illuminata, ma nel buio della vera notte sembra abbiano acceso un faro nella nebbia.
Il Gatto Nero non crede ai suoi occhi. Riconosce quella tunica madreperla, un fallimentare tentativo di sfumare la sciatteria della zazzera paglierina del suo proprietario. Quell’idiota di Fey sta scalando la parete, direzione tetto. 
Sotto di lui, le ombre si ammucchiano estasiate, fameliche. Sua altezza l’imbecillità manca un gradino con il piede destro e si fa anche sfuggire un rantolo. Gli Incubi vanno in visibilio.
Il Gatto Nero è costretto a scattare lontano dal suo camino, sopra la fine del graticcio. La sua presenza è ancora sufficiente per frenare gli animi delle ombre, grazie al cielo. Quando lo scalatore è a meno di mezzo metro da lui, parla: “È il momento peggiore per una passeggiatina, vossignoria."
E per poco il ragazzo non cade giù dalla sorpresa.
Il Gatto Nero lo vede distintamente sobbalzare, le dita che perdono la presa e fortunatamente la recuperano subito. Le ombre ruggiscono e anche qualcosa dentro di lui ruggisce, un embrione di catrame ringhia “Buttalo giù”.
Fey lo guarda con gli occhi spalancati e il respiro pesante. “Tu!” La voce gli trilla quanto un campanello.
“Io. Chi altri?”
“Cosa ci fai quassù?” 
“Potrei farti la stessa domanda, principino.”
Sua altezzosità storce il viso nella smorfia che è la sua espressione standard. Dato che non sembra più in procinto di cadere, però, il Gatto Nero si fa indietro e torna verso la sua postazione. Forse delusa dal non aver ricevuto aiuto per issarsi sul tetto, la smorfia reale si accentua.
Con un’ultima spinta e qualche rotolamento, sono in due lassù.
Non dovrebbe essere sveglio, è il pensiero che gli solletica la mente. E non c’è niente di più vero. Fey è… accecante. Perfino di giorno, con quel nido d’uccello al posto dei capelli, il gesticolare affettato e il battito del cuore come un colibrì. 
Giurerebbe che ogni Incubo della città lo stia guardando.
Che diamine ci fa sveglio lassù?
“I gatti non dormono la notte?” Il signorino a quanto pare si fa più o meno la stessa domanda. Spolverandosi i pantaloni, lo guarda in attesa di una risposta.
“Nono sono un gatto. Sono il Gatto Nero.” La più scura delle ombre, ricorda a sé stesso. “La notte è il mio regno.”
“Pensavo lo fossero i morbidi cuscini davanti al camino.” 
Lo fulmina con lo sguardo, piccato. “Anche.” 
Vorrebbe rifilargli una rispostaccia delle sue, come al solito. E il tuo regno dov’è andato a finire? ad esempio, oppure Già ti chiamano Corona Spezzata, ma c’è ancora un pensiero a frullargli in testa: Non dovrebbe essere sveglio.
Non dovrebbe essere sveglio.
Gli fa segno di avvicinarsi. Più vicino, più vicino, finché non vince la sua naturale reticenza e non lo ha a portata di carezza.
Non dovrebbe essere sveglio.
“È il momento peggiore per una passeggiatina, vossignoria." Ripete.
La luce negli occhi di Corona Spezzata si accartoccia su sé stessa. Si muove a disagio, cerca di nascondersi, ma deve ancora nascere nell’Oltremondo qualcosa in grado di sfuggire allo sguardo del Gatto Nero.
“Non riesco a dormire.” Gli confida dopo qualche momento di silenzioso pensare. Succede qualcosa di strano alla sua smorfia: il viso si spiana come una distesa di sabbia accarezzata dal vento. Poi gli occhi sono più aperti, più lucidi. La fessura tra le labbra si fa più accentuata. E quel volto gli parla improvvisamente di fiducia; neonata, fragile e tremolante, inconcepibile durante la vera notte.
Le ombre si zittiscono. Il panico lo attanaglia.
“E allora sforzati, vossignoria.” Sdrammatizza. La voce gli esce strozzata. Riprova. “O devo venir giù a cantarti la ninna nanna?" Meglio. 
L’idiozia fatta principe ha l’aria oltraggiata ora. Non c’è più traccia della pazzia di prima, per fortuna. Fa per parlare, opporsi, insultarlo probabilmente, ma il Gatto Nero è più veloce: spintarella dopo spintarella, lo riconduce al graticcio, incassando stoicamente le sue proteste. 
“Poche lagne. Passeggia nella tua stanza se proprio ci tieni.” Non dovrebbe proprio essere sveglio. “Com’è che dite voi umani? Conta le pecore, conducile all’ovile.”
“Non sono un umano!”
“E allora conta i ratti, ma guai a te se li fai entrare!”
 

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